Spettacoli
- Le muse orfane
- ... E cos'è questo paradiso? La poesia.
- Non amo che le rose che non colsi.
- La sonata a Kreutzer.
Le muse orfane.
... E cos'è questo paradiso? La poesia.
Non amo che le rose che non colsi.
Nello spettacolo sono presenti
- le poesie di Guido Gozzano:
L' amica di nonna Speranza - Le golose - L' assenza -
La signorina Felicita ovvero la Felicità - Il buon compagno
L' onesto rifiuto - Una risorta - Cocotte - Salvezza -Alle soglie
( Guido Gozzano " Tutte le poesie " Meridiani Mondadori, Milano, 1980.
edizione critica a cura di Marziano Guglielminetti e Andrea Rocca )
- lettere di Guido Gozzano e Amalia
Guglielminetti:
( " Lettere d' amore di Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti " a cura
di
Spartaco Asciamprener, Garzanti, Milano, 1951 )
-gli atti unici di Giuseppe Giacosa:
La zampa del gatto ( 1883 ) - Sorprese notturne ( 1875 )
A can che lecca cenere non gli fidar farina ( 1872 )
-le romanze d' opera di Giacomo Puccini, testi
di G. Giacosa e L. Illica:
Quando m' en vo' soletta La BOHEME ( 1896 )
Un bel dì vedremo MADAMA BUTTERFLY ( 1904 )
Vissi d' arte, vissi d' amore TOSCA ( 1889 )
In una delle prime lettere
ad Amalia, Guido Gozzano scrive " Lei non sa, egregia, che cosa
significhi per me l' essere innamorato di una poesia..."
Senza apparire irriverente mi piace parafrasare quelle parole e
confessare: voi non sapete che cosa significhi per me essermi
innamorato di un poeta.
Non solo dei suoi versi, teatralmente una delizia, ma anche della sua
personalità, dei suoi amori tribolati, fors' anche della sua
disincantata e difficile convivenza con un' ingombrante malattia. In
teatro, "gli esperti " la chiamerebbero immedesimazione. Non nel mio
caso. Piuttosto affinità,
ammirazione incondizionata, man mano che lo studiavo a fondo, a
cancellare, non a rinverdire sbiaditi ricordi scolastici dove ti
insegnano a coniugare Gozzano con l' aggettivo crepuscolare, in modo a
dir poco riduttivo.
Le sue poesie, così belle da recitare ( qua e là dialoghi straordinari
come in " Una risorta ", ma anche ne " La signorina Felicita " ),
aprono orizzonti che non possono essere catalogati solo dentro una
facile contrapposizione o superamento del dannunzianesimo imperante, ma
offrono parole ( magari sempre le stesse, sì, è vero! ) che si
combinano magicamente a creare atmosfere, sottili ironie, a dipingere,
o meglio fotografare crudeli e impietosi quadri autobiografici, o
riminescenze di un passato vagheggiato con nostalgia. Le lettere, non
solo il carteggio con Amalia Guglielminetti, alcune straordinarie anche
da un punto di vista letterario, sono così immediate, struggenti,
talora drammatiche ( puoi trovare quasi un bollettino sistematico del
peggiorare della sua malattia ), da condurci nei meandri più segreti
dell' animo di Gozzano, per conoscerne l' intelligenza superiore, le
sue ambizioni di poeta, ma anche le sue insicurezze, basti leggere i
sarcastici, disarmanti paragoni con Leopardi e Pascoli, " poeti
zitelloni " come lui.
Puoi scoprire abbozzati tanti temi felicemente sviluppati nelle poesie,
come la sua incapacità di amare e intanto le sue debolezze quasi
infantili ma molto passionali per le giovani domestiche ( espresse
mirabilmente in" L' elogio degli amori ancillari " e anche in " Totò
Merumeni "), e poi la sua travagliata amicizia con Amalia, scandita,
tra il 1907 e il 1911, da una corrispondenza, prima formale e "
intellettuale ", poi sentimentale e quasi romantica, infine, dopo lo
sciagurato " convegno amoroso " nel salotto di Lei, fredda e distante,
a rinfacciare ad entrambi di aver rovinato tutto per " un istante d'
oblio ".
Un poeta ora trasparente, ora complicato, talvolta ingenuo, di cui mi
sono innamorato, come attore e regista, con tutto il cuore, quel cuore
che come dice Guido, è un " monello giocondo che ride pur anco nel
pianto... bambino che è tanto felice d' esistere al mondo ".
A far da contraltare alla vita schiva di Gozzano, logorato dalla sua
ambizione di poeta e soprattutto dalla malattia ( muore di tisi a 33
anni ), affiorano i salotti mondano-intellettuali della Torino del
primo novecento, dove s' incontrano scrittori, cantanti d' opera,
musicisti, fini dicitori, e dove si consumano amori e si combinano
matrimoni in men che non si dica, descritti in modo manierato ma
divertito da Giuseppe Giacosa in alcuni brevi atti unici da tempo
dimenticati e ora riportati alla luce.
Gianni Mongiano
La Sonata a Kreutzer.
Progetto drammaturgico, interpretazione e regia: Gianni
Mongiano
Scenografia: Renzo Vergnano
Costumi: Rosanna Franco
Suoni: Lucio Pasquino
Direttore di scena: Emilio Dappiano
Luci: Pino Pezza, Davide Dappiano
Macchinista: Riccardo Pallotta
Nell'oscurità di un treno in corsa attraverso la campagna
russa, un uomo sente la necessità di raccontare "quell'episodio
critico… di aver ucciso la moglie". Quale urgenza lo spinge a
ripercorrere la sua tormentata esistenza in modo tanto appassionato?
Che cosa trascina con sé quest'uomo inquieto, che ci appare ora pacato
e ironico, ora cinico e aggressivo, ora furioso ma terribilmente
lucido? Dalla sua follia e dai suoi incubi sembrano emergere verità
sacrosante, ma fastidiose e imbarazzanti da ascoltare. E quale ruolo
ricopre la musica in tutto questo tumulto di sensi e sentimenti?
Perché Beethoven, e Chopin, e Schubert, invece di elevare lo spirito
sembrano qui trasmettere accenti quasi criminosi?
"La sonata a Kreutzer", romanzo breve di Lev Tolstoj, lungi dall'essere
semplicemente tragedia della gelosia, affronta in modo impietoso i temi
dell'amore, del matrimonio, del sesso, con il dichiarato proposito di
dissacrare e demolire i miti consacrati della santità della famiglia e
della felicità coniugale. La crudele sincerità e la veemenza di Tolstoj
nel mettere a nudo le ambiguità, gli egoismi e le ridicole convenzioni
su cui si regge l'istituzione matrimonio, sfociano in verdetti
disperati di condanna dei rapporti di coppia, lasciando trasparire
inquietudini e disillusioni legate alla vita privata dell'autore. Se
questi temi affi orano palesemente in tutta l'opera - e tanto più nei
"Diari" di Tolstoj" - ne "La sonata a Kreutzer" sono condotti a
paradossali e provocatorie conclusioni tanto da suscitare polemiche
roventi nella Russia di fi ne ‘800 tra recensioni entusiastiche e
condanne altrettanto spietate da chi lo considerava quasi un pamphlet
medioevale. Ma Tolstoj confidava intanto a Gor'kij che al di là di
terremoti, epidemie e malattie, in tutti i tempi la tragedia più
dolorosa sarà sempre la tragedia della camera da letto.
Scheda tecnica :
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